Cucitemi le palpebre

Oggi sabato sera di riflessioni…e di quelle potenti, a livello socratico-demiurgico vi avverto.

Sto pensando che prima, intendo prima che la nostra vita diventasse un palcoscenico, prima che Facebook e Instagram ci dimostrassero che non siamo fighi quanto pensiamo di essere (ho appena scoperto che Instagram cataloga la gente in base ai followers, cioè vogghiumueru)e che solo la gente che può comprarsi altra gente può avere una vita al top senza fare una sega, insomma PRIMA, le robe imbarazzanti restavano rinchiuse, segregate nelle nostre case. Ed erano so cuuuuute! Del tipo: Oh ggguarda, indossano lo stesso giacchetto e uno ha infilato il braccio in una manica e uno nell’altra…ccccchecccarrrrini!

Però lo vedevi quando dovevi, non così all’improvviso, quando meno te lo aspetti!

Te ne davi cuenta (scusate ma solo lo spagnolo riesce in questo caso ad esprimere in maniera figurata ciò che voglio realmente intendere) solo quando volevi, o quando eri psicologicamente pronto per interpretare come so cute cose che normalmente sarebbero sembrate so bleah.

Ora, mi chiedo, per quale stracazzo di motivo e per quale maledizione abbattutasi su di noi, dobbiamo essere testimoni involontari di determinate sconcerie. Che definirle in altri modi sarebbe riduttivo. Ogni volta che entro su un social mi sembra che mi stiano stuprando occhi e cervello. Ma che minchia! Un pò di dignità! Non vi dico dopo oggi. Non sono mai stata così felice di essere scappata dall’Italia. Sapevo che questa lobotomizzazione sarebbe avvenuta e sapevo anche che il nostro popolo (minchia sovrana dell’universo) ne sarebbe stato ben fiero. Ma con ste merde di social puoi andare dove vuoi, le radici verranno sempre a cercarti. E la demenzialità che non vorresti vedere anche.

E tutto è partito dalla lettura di una semplice frase -Pippo (nome d’arte e fantasia) è stato taggato nell’album “festa di matrimonio di Peppina e Peppino”-.

Voglio dì: finché sta roba si scriveva su quei grandi simil manoscritti harrypottiani gelosamente custoditi all’interno di valigette in pelle che altro non erano che gli album cartacei (whatafaaaaaaaack!??!!?) di nozze dei nostri avi (fino a 9 anni fa erano la cosa già ganza del mondo, ma tralasciamo)per catalogarli, tutto andava bene ed era logico e a suo modo romantico. Così come era tenero leggere sui campanelli delle case “Gigino e Gigetto”…mica vogliamo paragonarlo all’odierno profilo in comune?! No. Voglio dire…no, cioèteprego.

Ma su Facebook, una volta lette tali didascalie…, non so, non che ci resta che piangere, non ci resta che blindenesscizzarci proprio!!! Già il fatto che ancora si pubblichino o si lascino li gli album su Facebook vabè, mi lascia un pò perplessa.

Non so, mi ha fatto tanta pena. Come se le persone cercassero in tutti i modi di essere importanti, di mostrare agli altri qualcosa, quando in realtà a nessuno importa di nulla e di nessuno realmente.

Che cosa paradossalmente triste e solitaria, in questa realtà “social” in cui ci si nutre di likes e condivisioni.

Bon, stacco il cervello! Domani si lavora e si fatica per il mainajoiapertuttalavita!

♥ ♥ ♥

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