Se mi chiedessero qual è la cosa più difficile che ho dovuto fare negli ultimi 20 giorni, direi “pensare ad una frase”. Una frase breve, che in poche, semplici parole racchiudesse tanti, complessi sentimenti, e momenti, ed emozioni.

Quando ordini un cuscino di fiori che accompagni un tuo caro durante il suo ultimo viaggio, ti chiedono di pensare a questa frase, che sia abbastanza profonda ma non troppo lunga, altrimenti non c’è spazio sul cuscino.

E io non ci riuscivo. Volevo racchiudere in quelle due parole la prima volta che ci siamo incontrati, a scuola, quando avevamo 11 anni e ci scrutavamo tutti per vedere con chi eravamo capitati in classe. Tu eri seduto all’ultimo banco in fondo alla classe con quello che sarebbe poi diventato Fragolino. Volevo ricordare in quella frase i pomeriggi d’estate trascorsi a scorrazzare in giro con le biciclette, sotto il sole bollente, e la sensazione di stra figaggine che provavamo quando ci appollaiavamo a mangiare gelato sugli scalini nella piazzetta vicino da mio papà.

Avrei voluto che in quella frase riecheggiassero le tue risate contagiose; a volte ridevamo così tanto che ci mancava il respiro. Quella frase doveva riportare tutti i “menaaaa” e tutti i nomignoli strani che negli anni abbiamo dato alle persone, tanto da dimenticarci a volte il loro vero nome di battesimo.

Quella frase avrebbe dovuto contenere tutti gli scherzi, le prese in giro, i giochi di gruppo improvvisati, incredibilmente antichi ma che con le nostre modifiche, chissà perché, diventavano di un divertimento unico.

E le lunghissime mattinate in bus, prima di arrivare al liceo, quando tutti mezzi rintontiti di sonno e con gli occhi ancora stropicciati, ci mettevamo a parlare di filosofia, sotto gli sguardi attoniti della cumpa.

Avrei voluto evocare in quella frase la tua sensibilità fuori dal comune e la dolcezza dei tuoi occhi; i momenti in cui ti perdevi nei tuoi pensieri e poi ritornavi tra noi con una battuta, sempre. Avrei voluto ricordare la tua simpatia, il modo che avevi di prendere sempre tutti in giro, ma con tenerezza.

Non ci vedevamo da tanto tempo ma appena mi è arrivato quel messaggio, quella mattina, mi sono persa nei nostri ricordi; ti vedevo in ogni persona che mi passava vicino e non riuscivo a smettere di pensarti continuamente. Non riesco a smettere.

Ho pensato a quanto siamo stupidi noi esseri umani, che ci facciamo trascinare dagli eventi, perdiamo i contatti con persone care, senza porci domande. Avrei voluto conoscere il nuovo te, avrei voluto condividere con te altri ricordi e ridere ancora insieme a te. Ma sono una stupida umana e ho perso questa occasione.

Ho pensato, che passiamo ognuno nella vita degli altri come meteore impazzite, senza una direzione precisa, senza un moto ordinato, ma lasciamo sempre qualcosa dietro di noi. E il risultato è che siamo fatti anche delle persone che incontriamo lungo il nostro cammino. Avrei voluto ringraziarti per aver incrociato la mia strada, per avermi dato un pò di te, per essere stato parte della mia vita e io della tua.

Ma tutto questo era troppo lungo, troppo per poter andare sul cuscino. E allora ho affidato tutto a tre puntini di sospensione. Tre puntini che racchiudono 20 anni, milioni di parole, miliardi di risate, una marea di ricordi. Tre puntini che forse per gli altri non dicono niente, ma dove io ci posso leggere tutto quello che ho nella testa e nella mia memoria.

E così sei sfrecciato via; ti immagino seduto sul posto del passeggero vicino a tua mamma, nella tua piccola mini verde, come quando eravamo piccoli.

Di nuovo

…ciao Giulio.

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